Alessandro Mo. La fatina celtica dei vini del Monferrato.

 

Un bel confronto, una nuova conoscenza nel mondo del vino. Una chiacchierata con Alessandro Mo intorno all’Asti, il barbera, l’ arneis e come una piccola cantina dal cuore grande si reinventa mantenendo saldo il legame con la tradizione. Il giovane produttore nei suoi racconti apre le porte ad un storia nella storia del monferrato. Con la semplicità e l’umiltà che lo contraddistinguono scopriamo un vignaiolo vero, o meglio un enotecnico, che, con timidezza social e la sua gelosa riservatezza, decide in punta di piedi mostrare il suo lavoro nell’immensità delle proposte dell’Asti.
Alessandro Mo è l’attuale proprietario dell’azienda Antiche Passioni, create dal padre nel piccolo comune di Coazzolo, su un piccola parte di terreni appartenenti alla famiglia. L’azienda oggi è proprietaria di circa 4 ettari distribuiti in zona collinare a metà strada tra Asti e Alba e a soli 5 km a sud di Neive.

Alessandro Mo, una vigna di famiglia

Alessandro dopo essere diventato enotecnico e avere conseguito una laurea in comunicazione interculturale, come Buck, sente il richiamo della foresta e circa dieci anni fa prende le redini aziendali e inizia un percorso che lo conduce nel 2017 ad un completo restyling . Un percorso lungo, iniziato nel 2000 quando fu costruita interamente la cantina.

Negli ultimi anni hanno visto Alessandro impegnarsi intorno al vecchio impianto costruito dal nonno negli anni 70 “a quei tempi era visto come una grande innovazione. Ci fu un servizio televisivo che riportò il lavoro fatto da mio nonno come un impianto di avanguardia. Con piante che si trovavano in uno spazio di 2,5 metri per 90 centimetri”. Una vigna di 50 anni che sente il passare del tempo e regala un’uva importante “Sono delle viti che producono poco. E fu un impianto di esperimento. Oggi ci attestiamo sugli 80 quintali per ettaro”.

Questi 4 ettari sono suddivisi in 7 vitigni, Barbera, Dolcetto, Grignolino, Cabernet Sauvignon, Moscato, Arneis e Cortese. Alessandro ci racconta anche la particolarità di un vitigno internazionale a bacca rossa nel Piemonte “Settantanni fa serviva per rinforzare il nebbiolo. Donava più struttura e si prediligeva non produrlo in purezza ma tagliarlo. Poi negli anni ottanta, dopo il caso metanolo, ci fu una vera e propria rivoluzione che ha portato i produttori a vinificare il nebbiolo senza altre uve concorrenti. Ci siamo ritrovati questi filari che regalano un’uva bellissima e abbiamo pensato di sfruttarla in purezza. E questo ci sta ripagando. Otteniamo un vino a lungo invecchiamento e di grande struttura”.

Quando nasce il restyling aziendale

Dal 2011, anno della sua prima vinificazione dopo il ritorno all’ovile, tante cose sono cambiate. Entra in azienda un enologo che ha portato valore aggiunto al lavoro sul campo di Alessandro. “Ho voluto superare il concetto di differenziazione biologico, biodinamico e convenzionale. Ho preferito applicare un metodo integrato. L’obiettivo è quello di ottenere lo stato di salute migliore della piante attraverso la sinergia di queste tecniche. ”.

L’agricoltura integrata è in effetti, nel pieno del suo significato, l’utilizzo concorrente di più concetti , principi e direttive dei diversi metodi di produzione. L’obiettivo è quello di fare uso di tecniche diverse per ottenere il miglior risultato in vigna. E’ una filosofia che lotta contro i preconcetti. Il luogo in cui utilizzare tutte le conoscenze nel campo dell’agronomia senza pregiudizi di fondo, ma solo in funzione dell’ottimizzazione in vigna. Questo non esclude che ogni attore possa autoregolarsi e imporsi delle restrizioni. Frequente è il caso in cui i viticoltori ,che abbracciano questa filosofia, decidano di utilizzare i prodotti sintetici solo come extrema ratio. Antiche Passione riesce a muoversi con disinvoltura in questo sistemi, e ciò è possibile solo quando le competenze sono a 360 gradi.

Asti e Moscato nei pensieri di Alessandro Mo.

Nel vasto universo dell’Asti la cantina Antiche Passione sente di poter dare il suo contributo su un prodotto che non ha mai avuto i riconoscimenti che meritava. Parliamo del moscato, ovviamente, vitigno sempre molto attenzionato dalla famiglia Mo. “Sono particolarmente affezionato a quest’uva. Il moscato è un vino che si da per scontato ma in realtà è difficile da fare. E’ difficile farlo bene. E’ stato sempre visto come il classico vino bianco, dolce e frizzante, buono per le feste. Ha sempre avuto un taglio industriale e si è sempre preteso che potesse costare poco. Secondo me invece questo vitigno ha un potenziale che se sfruttato può portare il moscato ad uscire da questi canoni e scrollarsi questa etichetta”.

La storia e la tradizione hanno voluto che questo prodotto assumesse connotati prettamente commerciali. Dove la quantità e la piacevolezza verso i palati meno esigenti avesse la meglio sulle qualità intrinseche dell’uva. Negli ultimi tempi, una piccola e silenziosa rivoluzione sta scuotendo il mondo di questa docg. Molti sono i produttori che stanno investendo per la giusta collocazione del moscato nei mercati italiani e internazionali. Alessandro è uno di questi “abbiamo veramente pochi filari di quest’uva e la nostra produzione non arriva alle mille bottiglie. Fino a pochi anni eravamo costretti a vinificarla esternamente, perchè i costi dell’attrezzatura erano troppo elevati per la quantità di prodotto che potevamo ottenere. Dal 2016 questa operazione la facciamo in casa grazie all’acquisto di una piccola autoclave. Era necessario, secondo il mio parere, investire in questo campo per ottenere il moscato che avevo in testa ”.

Tra i vari movimenti intorno al moscato ricordiamo l’associazione di alcuni produttori che sta cercando di rivalutare anche questo vitigno in versione ferma e che Alessandro guarda da vicino con attese e speranze mai nascoste. “Non produco moscato secco e al momento non è tra i miei progetti. Sono convinto che questa tipologia di vino per il vitigno faccia perdere qualità, puntando esclusivamente sull’acidità e non sulle altre componenti. Però guardo il lavoro di questa associazione con molta fiducia. Ammiro il loro lavoro e il loro atteggiamento. E spero riescano ad ottenere dei risultati perché sarebbe un vantaggio per l’intera categoria. Con questa associazione abbiamo sicuramente in comune l’idea che in questo settore dobbiamo collaborare. Solo collaborando riusciamo a migliorarci. Quindi anche se non produco un moscato fermo avranno sempre il mio sostegno.”

La Degustazione

La nostra degustazione parte del Monferrato bianco doc. E’ prassi ottenere questo vino da un blend con vitigni internazionali quali lo chardonnay o il sauvignon blanc. Centrale è quasi sempre l’arneis che anzi spesso viene prodotto in purezza. Alessandro Mo invece propone un vino eclettico che assembla i due vitigni a bacca bianca autoctoni tra più comuni della zona, ovvero l’arneis e il cortese. Il fine ultima era quello di sfruttare il meglio di entrambi così da poter ottenere un vino bianco fermo che potesse avere una capacità di invecchiamento superiore. “Nel corso delle annate precedenti abbiamo verificato come l’arneis rischiasse di ossidarsi velocemente. Era necessario quindi sostenerlo in qualche modo. Ho pensato quindi di combinare l’eleganza dell’arneis con la spalla acida del cortese. Faccio un frequente batonnage sulle fecce fine prima di imbottigliarlo cosi da permettere il rilascio di molti antiossidanti e di conseguenza l’utilizzo di meno solforosa”.

Monferrato Bianco. Clandestine. Iniziamo con il dire che l’etichetta , bellissima, è stata disegnata dall’artista Federica Cagnotto che ha saputo tramutare in disegno la storia romantica dei produttori. Una coppia danzate sulla bottiglia circondata dalle note di una mazurka a ricordare una passione sempre viva. E non c’era etichetta migliore per descrivere questo vino. Come detto un bianco eclettico e danzate. Dove la spalla acida del cortese è il ritmo ternario di questa musica a sorreggere l’intera struttura, mentre l’arneis è l’eleganza del ballo. La sapidità dominante illumina la pista da ballo. Il brio accentuato degli agrumi è un volteggio al naso che apre la scia ad un profumo calcareo e di pietra pomice. Eleganza e ritmo.

Un vino che rimane delicato al naso e pungente al palato, che non fa nulla per farsi piacere perché sa di piacere. In bocca rimane l’aspro degli agrumi a brillare, scemando ad libitum con disinvoltura.

Barbera D’Asti DOCG. Un barbera in purezza che fa solamente acciaio. L’annata 2018 è piacevole per il suo colore rosso rubino acceso con riflessi porpora luminosi. Si vede subito ad occhio che è giovane e scalpitante. Al naso tantissima frutta rossa. Amarene, prugna e more. Allo stesso tempo rosa canina e ciclamino. Un punta accennata di speziatura si adagia sul pepe e un po’ di chiodo di garofano. In bocca il tannino piacevole, lascia strada all’acidità e alla sapidità. Anche qui questa nota organolettica è molto presente. Forse maschera anche un po’ di quella acidità tanto da non renderla assolutamente sovrastante sulla morbidezza. La retrolfattiva è schietta. Al palato resta interamente un bouquet di fiori e frutti. Un bouquet nitido e definito. Un vino che si fa bere con piacere, che ama strafare. Vuole ammaliare, vuole conquistare. Mostrando comunque un bel caratterino, mai del tutto docile.

Monferrato rosso DOC. Ci allontaniamo drasticamente dai grandi classici piemontesi a bacca rossa, Alessandro Mo ci presenta un Cabernet Sauvignon in purezza. “In precedenza combinavamo anche il barbera. Poi ci siamo accorti che il corredo tannico del cabernet sauvignon tendeva ad annullarlo. Così abbiamo deciso di proporre due prodotti diversi. E, per sfrutture la struttura di questo vitigno internazionale, abbiamo pensato di affinarlo 12 mesi in botte di rovere. La mia intenzione non era quello di arricchirlo di terziari ma di levigare acidità e tannini. Per questo utilizzo vecchie barrique che compiono un lavoro eccellente sotto questo aspetto”. Ed in infatti le note del cabernet sauvignon emergono chiarezza al naso. Il vino non viene reso appetibile da nauseanti ed opprimenti note terziarie ma si limita ad una soffiata di liquirizia e caffè. Questo non lo rende un vino da invecchiamento pesante.

Parliamo di una 2014 che ha ancora alcuni anni davanti. Piacevole invece la possibilità di apprezzare il vegetale e l’erbaceo di questo vitigno che , con il tempo, hanno donato uno stampo officinale e balsamico. In bocca la retrolfattiva è lunga e costante. Non ci sono smorzatura e decadimenti repentini. Resta sempre sul filo dell’equilibrio a confermare l’impressione che altri due o tre anni in cantina potrebbero affinarlo meglio.

Moscato DOCG. Anticipiamo che non è il solito moscato d’Asti che il grande commercio ci propina. Di questo forse rimane la gradazione, quei 5,5 gradi standard. Al viso è quasi bianco carta. Luccica al passare del sole. Leggeri riflessi paglierini e verdi in concomitanza. Al naso il frutto è evidente ma non manca l’agrume. Note di bucce di arancia in particolare, così come profumi di bergamotto. Anche un delicato e quasi impercettibile sentore di salmastro.

In bocca scordatevi il solito moscato stucchevole e zuccherino. L’acidità fa capire di esserci e di non voler fare da comparsa. Diventa quindi la perfetta antagonista della dolcezza tanto da bilanciarla al palato e non renderla stancante. E’ un moscato che , in realtà, chiama la bevuta. Non è il classico vino di categoria in cui il primo sorso è poco e il secondo è troppo. La retrolfattiva non è lunga, come giusto che sia, ed ha il pregio di non lasciare strascichi zuccherini. Noi l’abbiamo abbinata ad un panmilanese De Vivo. Accoppiata superlativa.

Conclusioni

Alessandro Mo nutre speranze e ottimismo per la sua azienda anche se le ultime battute di questa piacevole chiacchierata evidenziano una realtà dei fatti che vedrà agricoltori e vignaioli dover affrontare periodi sicuramente non facili “Sarà un futuro complicato. Sono sincero. Paradossalmente confrontandomi con tanti colleghi mi rendo conto solo ora ciò di cui avevo intorno. Della grande concorrenza e dalla competitività dei mercati. Vedo tutto molto difficile. Ma sono sicuro che questa competizione mi aiuterà a crescere”.

Ed in funzione di queste aspettative Antiche Passioni sta mettendo su i primi mattoncini per un rilancio post covid. “Vorremmo vinificare tutta l’uva che produciamo. Questo è sicuramente l’obiettivo su cui lavoreremo nel prossimo futuro. Parallelamente vogliamo incrementare le visite in cantina. Vogliamo far conoscere la nostra azienda, i nostri prodotti e la nostra storia agli appassionati facendo toccare loro con mano questa nostra realtà. Un percorso per chi è alle prime armi e per i più esperti. Ho scoperto che parlare di vino con i visitatori mi riempie di soddisfazione ed è un valore aggiunto per il nostro lavoro”.

Si spera che il prima possibile l’enoturismo riparta in Italia, e Alessandro Mo, così come tutte le aziende del settore, possano riprendere a fare cultura del vino nella propria cantina.

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